24 Maggio 1915: una guerra ancora da fare

Raccontata ancora oggi come ‘Quarta guerra d’Indipendenza‘ e felice conclusione dell’epopea risorgimentale, la guerra del 1915-18 è una delle pagine più illeggibili della nostra storia nazionale, pagina nella quale giganteggia il disprezzo della Monarchia sabauda e dei vertici militari, politici ed imprenditoriali per la popolazione italiana in generale e per soldati ed ufficiali di basso rango in particolare.

John Sloan: Dopo la guerra, se sopravvivi, avrai una medaglia e magari anche un lavoro

La discesa in guerra contro l’Impero austriaco fu concordata a Londra il 23 Aprile 1915 in un patto segreto con i rappresentanti dei governi inglese, francese e russo. Il patto – voluto dal re, dal Presidente del Consiglio Antonio Salandra e dal suo Ministro degli Esteri e socio Sidney Sonnino che ne tennero all’oscuro il Parlamento – prevedeva che il Regno d’Italia avrebbe abbandonato l’alleanza con Germania ed Impero austro-ungarico ed entro un mese dichiarato guerra all’Austria.
In cambio ed in caso di vittoria l’Italia avrebbe ottenuto Trentino, Sud Tirolo, Venezia-Giulia e penisola istriana, il controllo dell’Adriatico, il riconoscimento delle colonie già annesse ed altri compensi territoriali in Africa e Turchia.

In forza di questo accordo e sostenuti da una imponente campagna di stampa condotta dai principali giornali italiani a favore dell’entrata in guerra contro l’Austria, il re ed il governo costrinsero il Parlamento – in maggioranza contrario a partecipare al conflitto in corso – ad approvare l’uscita dalla Triplice alleanza e la dichiarazione di guerra all’Impero austro-ungarico.

E così il fatidico 24 Maggio 1915 lungo il confine austriaco furono ammassati mezzo milione di soldati che nei piani del Comandante supremo delle Forze armate italiane, Generale Luigi Cadorna, in pochi giorni avrebbero debellato l’esercito imperiale, conquistato le Terre irredente e sfilato sulla Ringstrasse di Vienna.

Poi le cose non andarono in questo modo: il mezzo milione di soldati divenne un milione e poi un milione e mezzo; a Vienna e nelle altre città dell’Impero i soldati ci arrivarono da prigionieri e per morirci di fame e di freddo, di quelli che scamparono alla prigionia a migliaia morirono falciati dalle mitragliatrici austriache nei quotidiani ‘assalti frontali ad oltranza‘ ordinati da Cadorna e dai suoi generali o vennero fucilati per ‘tradimento avanti al nemico‘, uccisi dai Carabinieri che seguivano le truppe con l’ordine di sparare a chiunque mostrasse esitazione ad andare incontro alla morte o, infine, scelti a caso per le decimazioni ripescate dal Comandante supremo nelle pratiche disciplinari dell’antica Roma:

«In faccia al nemico una sola via è aperta a tutti: la via dell’onore, quella che porta alla vittoria od alla morte sulle linee avversarie; ognuno deve sapere che chi tenti ignominio-samente di arrendersi o di retrocedere, sarà raggiunto – prima che si infami – dalla giustizia somma-ria del piombo delle linee retrostanti o da quello dei carabinieri incaricati di vigilare alle spalle delle truppe, sempre quando non sia stato freddato prima da quello dell’ufficiale. Per chiunque riuscisse a sfuggire a questa salutare giustizia sommaria, subentrerà, inesorabile, esemplare, immediata – quella dei tribunali militari; ad infamia dei colpevoli e ad esempio per gli altri, le pene capitali verranno eseguite alla presenza di adeguate rappresentanze dei corpi.
Anche per chi, vigliaccamente arrendendosi, riuscisse a cader vivo nelle mani del nemico, seguirà immediato il processo in contumacia e la pena di morte avrà esecuzione a guerra finita
».

Dal 24 Maggio 1915 all’8 Novembre 1917 la vita di oltre un milione di soldati italiani fu lasciata nelle mani di questo militare psicopatico che ne mandò al macello alcune centinaia di migliaia direttamente ed impedì che altri trecentomila ricevessero aiuti ed alimenti durante la prigionia, causando la morte per fame di un terzo di essi.
Per Cadorna, il suo successore Armando Diaz ed il Governo italiano dell’epoca, i soldati italiani prigionieri degli austriaci erano ‘imboscati d’oltralpe‘ (sprezzante definizione di D’Annunzio) da considerare come disertori immeritevoli di qualsiasi forma di assistenza.
Infatti sia il Governo che le Forze armate italiane non solo negarono ogni aiuto ai soldati italiani prigionieri ma ostacolarono in ogni modo la spedizione di viveri, abbigliamento e corrispondenza inviati dai parenti.

Destituito su formale richiesta dei comandi militari alleati dopo la disfatta di Caporetto ma conservato nel grado, mai punito o ufficialmente censurato ma anzi nominato Maresciallo d’Italia nel 1924, il Generale e Senatore del Regno Luigi Cadorna morì di morte naturale nel 1928 a Bordighera. Quattro anni dopo il suo corpo venne traslato nel Mausoleo che il Fascismo gli volle dedicare a Pallanza sul Lago Maggiore, suo luogo natale.
Benchè da alcuni decenni la storiografia ne abbia riconosciuto ed indicate le gravissime colpe nei confronti dei sottoposti e della disfatta di Caporetto, ancora oggi a Cadorna sono dedicate strade e piazze italiane, con l’eccezione di Udine e Bassano del Grappa che già dieci anni fa ne cancellarono il nome dalla toponomastica cittadina.

Tornando al patto segreto stipulato a Londra, la guerra fu vinta ma l’Italia ebbe solo le briciole di quanto promesso dai suoi nuovi alleati e ne uscì a brandelli socialmente, economicamente e politicamente. La piccolezza della monarchia e della classe imprenditoriale – che pure si era arricchita con la guerra – fecero il resto, consegnando il Paese alla follia fascista che fatalmente lo precipitò in un’altro tragico conflitto le cui conseguenze ancora dopo un secolo paghiamo con la stessa moneta della sovranità limitata dalla quale il sangue sparso nella ‘Quarta guerra di indipendenza‘ avrebbe dovuto emanciparci. O forse si tratta di uno sbaglio storiografico e questa quarta guerra è ancora da fare.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.